Il ritorno degli ideogrammi

Da quando Unicode ha inserito gli Emoji nello standard, iOS/Whataspp/Android hanno reso diffuso e socialmente accettato l’uso degli ideogrammi nelle comunicazioni tra occidentali che, di loro, mi pare che sempre abbiano deriso questo tipo di scrittura, dato che come ci insegnano a scuola il processo evolutivo procede per astrazioni successive e quindi pittogramma->ideogramma->fonogramma.

Ora invece pare che avere un simbolo che rappresenta un concetto, piuttosto che un suono, piace molto.

Non so, io in fondo spero che questa cosa prenda piede e diventi una nuova forma di scrittura (per dire, questo redirect), ma nel mentre mi limito ad osservare che l’uso dell’asterisco * per “neutralizzare il genere” (amic*) in fondo altro non è che un ideogramma, seppur di derivazione informatica.

In tutto ciò, wordpress non vuole le emoji nei post. :'(

Ritornando sul luogo della sconfitta

Che sia il karma, che sia la sfiga, che sia il tempo circolare Maya che accelera in spirali sempre più serrate, l’uroboro o la cosmologia ciclica conforme, oppure semplicemente che viviamo su una varietà compatta o più poeticamente su una aiuola che ci fa tanto feroci, e Poincaré al riguardo è stato abbastanza chiaro: prima o poi ci tocca ritornare, e sicché non ci è dato da scegliere, ci tocca anche ritornare sui luoghi delle sconfitte. Luoghi simbolici, ma anche luoghi fisici, e nel mio caso fastidiosamente vicini – concretamente, una cinquantina di metri, una striscia di prato-siepe-strada-siepe. Chissà se Poincaré si è mai preoccupato delle conseguenze pratiche delle orbite che disegniamo noi bipedi un po’ troppo orgogliosi.

Quel che è vero è che non si ritorna mai esattamente nello stesso identico punto – e non mi riferisco ai cinquanta metri di prato-siepe-strada-siepe o agli epsilon di Henri. Ogni ritorno è una riscoperta, ritornare è in fondo impossibile, la siepe e la strada e l’altra siepe sono sempre lì però in fondo in fondo non sono più loro.

Il drago che stavamo combattendo, quello che ci ha inferto una sonora e memorabile sconfitta, è sparito, e della battaglia non restano neanche le tracce. Diamine, in primo luogo non è mai neanche esistito il drago stesso – si possono cacciare solo i draghi che non esistono. Solamente quelli che crediamo che esistano.

Eppure ricordiamo. È come visitare il set di un film che si è visto mille volte: si riconoscono tutti i dettagli, però non siamo di certo nello stesso posto che abbiamo visto sulla pellicola. Beati i poveri di immaginazione, perché essi dormiranno sereni la notte.

È una forma di religiosità la mia, quella che mi porta ad associare a questo luogo dei ricordi, e a questi ricordi un valore di cui sono incapace di disfarmi. In un altra epoca avrei probabilmente sollevato una pietra su un altra per indicare il luogo magico, o avrei inciso dei simboli sulla roccia. Nella mia epoca, le alternative erano una scritta a pennarello sullo scatolotto della linea elettrica, oppure questo – e con me non avevo pennarelli.

La prima parte del film

Ci sono cose che uno deve sapere immediatamente per non andare nel mondo neppure un minuto con la convinzione del tutto sbagliata che il mondo sia altro a causa di quelle cose. Non è ammissibile pensare che tutto continui com’era quando tutto è ormai alterato o ha subito un capovolgimento, ed è vero che il periodo durante il quale si è stati in errore ci diventa poi insopportabile. Che stupido sono stato, pensiamo, e in realtà questo non dovrebbe dolerci poi tanto. Vivere nell’inganno o essere ingannati è facile, e anzi è la nostra condizione naturale: nessuno va esente da questo e nessuno è stupido per questo, non dovremmo opporci più di tanto e non dovremmo amareggiarci. Tuttavia ci sembra intollerabile, quando alla fine sappiamo. Quello che ci pesa, il brutto della cosa, è che il tempo in cui crediamo quel che non era si trasforma in qualcosa di strano, fluttuante o fittizio, in una specie di incantamento o sogno che deve essere soppresso dal nostro ricordo; a un tratto è come se quel periodo non lo avessimo vissuto affatto, non è vero?, come se dovessimo raccontarci di nuovo la storia o rileggere un libro, e allora pensiamo che ci saremmo comportati in maniera diversa o avremmo impiegato in altro modo quel tempo che finisce per appartenere al limbo. Questo può provocare la nostra disperazione. E oltretutto quel tempo a volte non rimane nel limbo, ma all’inferno. -. («E piuttosto come quando da bambini andavamo al cinema con il doppio programma e con la proiezione continua, – ho pensato, – ed entravamo in sala nel buio con un film cominciato che vedevamo fino alla fine cercando di immaginare quello che doveva essere successo prima, che cosa doveva aver condotto i personaggi alla situazione così grave in cui li avevamo trovati, quali offese dovevano essersi scambiate per essere nemici e odiarsi; poi proiettavano un altro film e soltanto dopo, quando cominciava di nuovo il primo film e vedevamo l’inizio che ci mancava, capivamo che quello che avevamo immaginato non aveva nessun fondamento e non combaciava con la metà perduta. E allora dovevamo cancellare dalla nostra testa non soltanto quel che avevamo immaginato, ma anche quello che avevamo visto con i nostri occhi seguendo quelle supposizioni, un film inesistente o almeno deformato.

Javier Marías
Domani nella battaglia pensa a me